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Un nuovo «IRI della conoscenza»

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Un nuovo «IRI della conoscenza»

Ma volete rifare l’IRI”?

Ma allora volete rifare l’IRI”? Era lo scandalo, la più frequente tra le domande retoriche che, nei decenni scorsi, servivano a troncare sul nascere ogni discussione sul ruolo dello Stato nell'economia, della leva pubblica nel rilancio del sistema produttivo.

Il 1992-93 è stato uno spartiacque anche in questa vicenda nazionale. L’IRI, il maggior gruppo industriale italiano, fu trasformato in società per azioni proprio nel ’92, quando aveva oltre un migliaio di imprese in tutti i settori e quattrocento mila dipendenti, e ancora nel ’93 era al settimo posto nella classifica mondiale delle maggiori per fatturato, con 67,5 miliardi di dollari di vendite (e i debiti che sappiamo, ovviamente). L’IRI sarebbe sopravvissuto altri dieci anni, fino alla liquidazione del 2002, ma fu quel passaggio a sancire di fatto la sua fine.

È singolare. È stato un passaggio obbligato per "diventare più europei", per partecipare al processo di integrazione disegnato a Maastricht. Non conosciamo il controfattuale, ma sappiamo che non è poi andata benissimo. L’annoso problema del debito pubblico non è stato risolto e abbiamo un tessuto economico e industriale molto più fragile. Facciamo i conti? Prendiamo solo un dato. Tra il 1996 e il 2015 l’Italia è l’unico paese europeo che mostra una dinamica della produttività complessivamente negativa: in termini di valore aggiunto per occupato perde nel periodo l’1,4% contro un incremento medio del 16% nella Eurozona, in Germania, Spagna e Francia, e addirittura del 25% nel UE28 (dal Rapporto SVIMEZ sull'economia del Mezzogiorno, il Mulino, 2016).

Ecco, allora, che servirebbe davvero un nuovo «IRI della conoscenza», che affronti di petto il problema della ricerca applicata al fine di migliorare la competitività e la qualità dell'intero sistema produttivo, in coerenza con le vocazioni e gli orientamenti dell'economia italiana. Un modello a cui ispirarsi, per dimensione e impatto nella realtà produttiva nazionale, potrebbe essere quello della Fraunhofer-Gesellschaft tedesca, coi suoi ventimila ricercatori, ingegneri, funzionari impegnati ogni giorno a plasmare il sistema produttivo nazionale. E dovrebbe, ovviamente, non nascere dal nulla, ma mettendo in rete le tante realtà che, per penuria di risorse, non riescono a valorizzare il talento di tanti giovani italiani che vanno a fare fortuna in (e la fortuna di) altri paesi. L'idea è di una rete coordinata di soggetti pubblici che possano relazionarsi con quelli privati, che operi non soltanto nel senso "hard" del trasferimento tecnologico, ma in quello "soft" della diffusione di sapere e di una cultura per l'industria e il lavoro. Anche in questo caso il pubblico e il privato possono essere sistole e diastole, come ha scritto Guido Melis in un altro contesto: «Se non si intende che nella storia d'Italia pubblico e privato si tengono, se non si comprende che lo Stato, semplificando e sintetizzando interessi privati spesso incapaci di trovare da soli la soluzione unitaria, svolse il ruolo del decisore di ultima istanza, marxianamente la funzione strategica di ‘capitalista collettivo’, non si è poi in grado di comprendere, neppure in termini di giudizio storico, il complesso intrico del rapporto tra istituzioni e interessi dominanti nella storia d'Italia. Si capisce poco dell’Italia di ieri, e forse anche quella di oggi».

È di un grande investimento pubblico in conoscenza che oggi abbiamo bisogno. Per questo “vincolo interno” la sinistra, senza disperare delle capacità degli italiani, rilanciando nell’investimento della cultura scientifica sotto assedio dalla vera ideologia del post-Novecento (il complottismo), dovrebbe tornare a combattere. A partire da un chiaro ritratto dell’Italia, che comprenda le sue eccellenze e le sue ferite. E uno Stato degno di questo nome, uno Stato rinnovato, soprattutto nelle condizioni date, dovrebbe farsene carico, con forza e orgoglio, in coerenza con una strategia industriale complessiva e un’amministrazione pubblica volta allo sviluppo.

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Pubblicato da : Giuseppe Provenzano, Alessandro Aresu, rightslider

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